13
SET
2016

Operazioni di intelligence e droni: così gli Usa neutralizzano i terroristi

Di Francesco Semprini

Da LA STAMPA

Obama diffonde le linee guida delle missioni americane all’estero

rtx1mmq9-kpvc-u109068197545zlc-1024x576lastampa-itEcco come si eliminano i «most wanted» del Pianeta con i raid aerei. A illustrare le linee guida delle operazioni anti-terrorismo condotte con droni e caccia dagli Stati Uniti è Barack Obama in persona che rende pubbliche le linee guida contenute nel «Playbook». Si tratta di un «pamphlet» di 18 pagine adottato nel maggio 2013 e noto giuridicamente come «Presidential Policy Guidance», guida alla politica del Presidente nelle operazioni mirate. I raid compiuti dalle forze statunitensi per stanare e neutralizzare personaggi affiliati a organizzazioni terroristiche, in regioni dove non è in corso un conflitto tradizionale, sono uno strumento a cui si è fatto sempre maggior ricorso dalla fine dell’era di George W. Bush. Sino a diventare strumento cardine della dottrina Obama in materia di anti-terrorismo, utilizzato per sopperire alla intenzionale assenza di forze di terra in contesti non bellici.

Queste operazioni hanno riguardato le aree tribali del Pakistan, dove si nascondevano esponenti di spicco del pianeta taleban o operativi di Al Qaeda, in Somalia per stanare Shabaab, e in Yemen o Libia per neutralizzare imam radicali e membri dello Stato islamico. Uno strumento che per il suo impiego strategico Obama ha voluto disciplinare con regole stringenti e che oggi ha reso noto su richiesta della American Civil Liberties Union (Aclu), associazione Usa per i diritti civili, in base a quanto previsto dal Freedom of Information Act, la legge sulla trasparenza degli atti del governo.

Si parte dal processo decisionale che porta a individuare un «nemico pubblico». La cabina di regia è il National Security Council, il massimo organismo esecutivo su cui il Presidente può contare nelle scelte in materia di sicurezza nazionale e politica estera. Sono gli esperti legali a definire il quadro giuridico entro il quale è più o meno ammissibile procedere nei confronti di qualcuno che è stato segnalato da Cia o Pentagono. Il centro nazionale anti-terrorismo stila quindi un rapporto di intelligence vera e propria sul potenziale obiettivo, e i legali forniscono un nuovo parere. Le sottocommissioni delle agenzie di intelligence nel frattempo valutano i dettagli, ovvero l’impatto dei raid sugli interessi americani da un punto di vista regionale, interno e internazionale, ed eventuali effetti collaterali, ad esempio sulla popolazione civile. Si formulano quindi raccomandazioni che vengono rinviate ai vertici del consiglio e se c’è unanimità e l’obiettivo non è di nazionalità americana si può procedere con la semplice notifica al Presidente. Altrimenti è proprio l’inquilino della Casa Bianca a prendere la decisione finale.

Il Playbook spiega che ci sono delle «dovute eccezioni», ad esempio quando c’è il rischio di fuga o di imminente pericolo rappresentato dal terrorista in questione, nel qual caso si mette in atto una procedura di urgenza straordinaria. C’è poi l’ipotesi della cattura anziché dell’uccisione: di solito si consegna il terrorista a un Paese terzo per la detenzione. Se questa ipotesi è impraticabile gli Usa si occupano della prigionia e del processo a suo carico. «In nessun caso – è scritto a chiare lettere nel Ppg -, nuovi detenuti potranno essere tradotti e reclusi nel carcere militare di Guantanamo Bay».

Seppur strumento fondamentale nella lotta al terrore, soprattutto in fase preventiva, i raid non hanno mancato di sollevare critiche, specie alla luce delle vittime civili che hanno causato in operazioni in Pakistan e Yemen. Ma anche quando l’amministrazione ha deciso di procedere nei confronti di un cittadino Usa per la prima volta nella storia di queste operazioni. È il caso dell’imam radicale Anwar al-Awlaki nativo del New Mexico e rifugiato in Yemen, considerato la mente di attentati terroristici per conto di Al Qaeda nella Penisola arabica: è stato ucciso da un drone nel settembre 2011 su ordine di Obama stesso. Un «most wanted», ma pur sempre un cittadino Usa ucciso dal suo stesso Paese. Un episodio che per le polemiche che sollevò spinse Obama a stilare un codice di condotta in materia che nel 2013 si concretizzò nel «Playbook».

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